Brevi rivoluzioni / 3.

30/05/2016

scalone

Non parlare la lingua di sempre.

Parlare una lingua che si è sempre parlata è di chi se lo può permettere. E accade laddove esiste una continuità tra ieri, oggi e domani. Che poi altro non è che l’ambizione minima di ogni prospettiva umana, anche quella più avventurosa, che prevede che a un’avventura ne segua un’altra.

Il problema è la frattura, la faglia, che di un continente ne fa due. Il primo resta saldo, l’altro va alla deriva. Ecco, quello che resta in posizione ha due possibilità: parlare la lingua di sempre o comprendere le incognite di quello che si allontana (che poi è parte di lui).

Niente da fare, 99 su 100 continuerà a parlare come sempre ha parlato. In che modo?

Verso l’esterno, una missione nel mondo, unico momento di fuoriuscita, attraverso le questue elettorali, ad esempio, dove si dirà di un generico orizzonte di crisi senza alcun dettaglio, senza alcuna sintesi e dove si dirà delle manchevolezze e degli errori altrui che di riflesso dovrebbero far brillar di più chi le sottolinea. Scusate, ma da qui non vedo un-angolo-uno della realtà che vivo, che è cambiata, e dunque non si capisce a cosa ci si riferisca.

Oppure, verso l’interno, attraverso l’inaccessibilità da ogni portello, anche quello della stiva, all’aereo che potrebbe consentire, se non di collaborare a un piano di volo, quantomeno di tornare a casa. E qui, mettiamo – per risalire almeno a un possibile cortocircuito che ha bloccato gli accessi – l’abbonamento eterno alla politica da parte dei vitalizi e il silenzio del lavoro in risposta a ogni possibilità evoluta e poco detraibile. Anche in questo caso, non si capisce bene il contesto entro quale inscrivere questo momento, ma non è adesso, giusto?

Intendiamoci: noi questa lingua che abbiamo appena detto la sappiamo, appartiene alla nostra storia, ma è oramai lingua morta, buona forse per capire il tempo che fu. Ma non ci serve e non è la lingua che parliamo.

Ma capiamo – pensa un po’ – anche chi non vuole impararla quella che parliamo noi. Comprendiamo che possa avere tutto l’interesse a non farlo, vuol conservare quel che ha, del resto; che poi consiste in una scialuppa un po’ vigliacca in caso di necessità, nient’altro.

Ma chi qui ne parla un’altra, non si lasci attrarre dalla facilità di quel che si è sempre fatto e dalla lusinga del pubblico che c’è sempre stato di là. Perché qui non crediamo che la realtà che vedi e che vivi la puoi dire con la stessa lingua di sempre, non è possibile, davvero.

Ps. Qualcuno ha voluto vedere in questa pagina un attacco al PD in vista delle amministrative che si sarebbero tenute da lì a pochi giorni. Ma non si sa per quale motivo. Il discorso era evidentemente più generale e non è avanzato in direzione della cultura, del lavoro, della società solo perché in parte già espresso e perché sarebbe stato troppo lungo parlarne. Tutto qui.

Stasera ho vinto anch’io

03/05/2016

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Se è vero che a Hollywood faranno un film su Vardy, il centravanti-operaio del Leicester, e che De Niro sarà Ranieri, occorre dire che solo i più disattenti non avranno notato una certa familiarità dell’allenatore italiano con il cinema americano nell’espressione seria, pensosa, oltre i sorrisi. Una familiarità che si reclama nella somiglianza con uno dei ‘duri’ dello schermo anni 40-50, Robert Ryan. Se poi, questi, fu notevole interprete di un film sulla boxe dal titolo Stasera ho vinto anch’io (Robert Wise, 1949), dove si ‘dice’ di un anziano pugile, senza successi da raccontare e che si ribella alla sorte, detta somiglianza appare ancor più profonda. La stessa sorte un poco perversa, in vero, appunto, che ha fatto di Ranieri un tecnico bravo (o bravino), ma non ‘citabile’; autore di opere dove il ‘come’ non si è quasi mai tramutato in ‘qualcosa’. E – scherzo sullo scherzo – la stessa sorte che lo ha precipitato – già ‘uomo fatto’ da un bel po’, e dunque, secondo tradizione orale e le più avanzate conoscenze scientifiche, incapace ormai di sterzare – in anni maledettissimi dove tutti gli altri – colleghi, stampa, ‘giovani leoni’, mondo – oramai del ‘qualcosa’ (dato quantitativo universalmente conosciuto) avevano fatto una nuova fede. Nuova fede che – in quanto fede, per definizione, si accorge di poco o sbaglia fuoco – aveva visto in Mourinho* il protagonista principale di un duello ricorrente con il tecnico romano (roba facile, roba da cronaca); mentre la sceneggiatura si reggeva tutta su “non ho bisogno di vincere per essere sicuro di quello che faccio” (vera chiave, questa sì, universale, che rimarrà anche quando la pellicola sarà portata via dal tempo).

(*) Autore di “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”. Questo per dire la stima, evitando dualismi che non c’entrano.

Fonte: Sport Thanks!

I’M legge Facebook / 1.

03/05/2016

STATI DI COSCIENZA, STATI DI FACEBOOK: IL LAVORO.
Workshop in 160”.

Una produzione Prothers Tv [https://www.youtube.com/playlist?list=PLerW6x9c18eVkdCEwABWHgNl7PgOelTq7]
Commento musicale Concerti da Tavolo [https://www.youtube.com/playlist?list=PLerW6x9c18eWoVQV0cuIZuh-eJqj0yKfS]

Brevi rivoluzioni / 2.

18/02/2016

mic_italo

Lavoro, l’investimento sbagliato. In periodo di bail in, di risparmi liquefatti (sarà quest’inverno eccezionalmente caldo), di investimenti sbagliati, in guardia dall’errore più grave, e cioè quello di investire in lavoro. In verità, la falda avvelenata ci scorre sotto i piedi da tempo, ma è evidente che nella danza gravitazionale delle due crisi (quella italiana e quella internazionale), comincia a produrre i suoi terribili effetti anche in superficie. Almeno due le facce di questa luna:

il naturale appoggio alla rendita, se non alla concessione o al salvataggio (in forma di sussidio di disoccupazione e altre maniglie), che lascia le cose come stanno: tu che chiedi, qualcuno (lo Stato, ad esempio) che generosamente elargisce. E il giochino di potere è così salvo nei secoli dei secoli. Capìta la sequenza, si chiede un posto ma lo si definisce lavoro, per dargli almeno una parvenza di dignità. E così è sia per chi lo dà, sia per chi lo riceve. A fronte di nessuna politica economica seria, un minimo lungimirante, risolutiva. In questo senso, svuotato del suo significato ‘liberatorio’ e utile, fa implodere ogni possibilità di circolo virtuoso, quello che un tempo si chiamava futuro;

scusa, non ho capito: quale sarebbe il suo significato? Appunto quello di ‘liberazione’, innanzitutto, che sulle qualità e il rispetto (leggi ‘soldi, pagamenti’) poteva offrire una sponda all’incremento individuale – sociale, economico, culturale, di soddisfazione ecc. ecc. Questo, oltre quello di riparare i guasti spesso ingiustificabili, appunto, delle rendite. Ma quando la cellula minima che viene presa in considerazione non è più l’individuo – in verità forse lo è stata solo nella finestra anni 60-80 – ma la famiglia, ecco che si svuota ulteriormente di senso, perché comincia ad assumere le sembianze di piccole attività estive, frazioni occasionali in un’ipotetica catena di montaggio, dove soltanto la somma delle stesse (e conseguente condivisione delle spese) assomiglia a una qualche forma di esistenza umana come concepibile qui e ora. 

Ma questo spazio si propone di fornire ‘brevi rivoluzioni’ pratiche, mentre tal discorso si aprirebbe a un panorama di cose, azioni, idee, tempi non quantificabili. Pertanto, solo una piccolissima considerazione che non so nemmeno perché considero attinente:

dopo un incendio, in un campo ormai bruciato, qualsiasi esile germoglio va bene. E va assecondato, anche se decidesse di crescere un po’ storto. Non ha senso mettergli un sostegno rigido in quel momento. Lo grammaticheremo dopo, eventualmente.

Questa sì che potrebbe essere considerata una piccola rivoluzione pratica. Ma bisognerebbe saperne un po’ di ‘vita’ prima che del resto. Come i medici.

 

 

Brevi rivoluzioni /1.

02/02/2016

italo2016_1

YouTube come tv: il repertorio è meno repertorio della contemporaneità. Si dà il caso che in epoca di grandi, stanchi revival che ammiccano a un passato rassicurante (anche un problema, se noto, se già vissuto, può essere una comoda rendita di fronte a una possibile, buona novità che però – in quanto novità, appunto – non sai) e di format ripetuti all’infinito, e nel momento in cui per curiosa congiunzione astrale si trovino in commercio delle tv definite smart dalle quali si possa attingere nel capace serbatoio del web, del canale video più grande di sempre, questo, improvviso, ci appaia tanto più libero e tanto più nuovo di quanto offra la produzione televisiva contemporanea.

Facebook, la storia di un giornalone scelto. Va da sé, sempre parlando di informazione e intrattenimento (tanto per dirla in due parole), che mentre si indaga sulle solitudini, le distrazioni e addirittura i pericoli che il social network più noto del mondo distribuisce generosamente un po’ a tutti, appena-appena stabilendo chi sta di vedetta e chi al timone (cervello, gusto ecc.), è possibile anche sceglierne una funzione logica, a te aderente, per quello che può dare, certo. Ecco dunque che al mattino, dall’infinitamente piccolo – gli amici, gli amici musicisti, gli amici attori, ad esempio – all’infinitamente grande (vabbè… Ma qui si intende un panorama di notizie oltre il locale, oltre il vicino), ti sfogli il tuo portale di notizie grossomodo scelte, ma sicuramente di tuo interesse. Con un sensibile risparmio di carta, di chiacchiere (e talvolta anche di arroganzelle) e di tempo per notizie che non arrivano.

 

 

 

 

 

Duemila/16

30/12/2015

cielo2015

Che un interruttore possa girare una volta per tutte dalla modalità rendita alla modalità prospettiva;

Che anche un singolo episodio possa far sì che ognuno si renda conto che tu, in fondo, per quanto ti nasconda, sei dentro di te, da sempre (non fare il timido). E questo davvero solo per comprendere di non aver bisogno di padri che te lo dicano, di Orienti che te lo indichino dove sei, se sei lì;

Che un altro singolo episodio, qualsiasi, ti possa far capire che quello che fa un uomo, un altro uomo lo può fare. Magari non tu, per carità – che puoi e sai fare altro, certo – ma un altro uomo lo può fare, sì;

Che a ogni forma di violenza o potere imposto – a cominciare dal più piccolo – si cominci a rispondere con un semplice ‘tu non hai capito un cazzo’, fino ad arrivare al coro. Fidati: hai ragione. E funziona. Magari non pronti/via, ma funziona;

Che si possa aver coscienza che bisogna cominciare a lavorare su stessi da molto giovani – anche patendo un po’, magari – per non arrivare in età adulta a non distinguere quel che occorre a te e quello che fa folclore per il mondo (e a cercare, anche, chi sciolga, per te, il nodo, ché non va bene, non si fa e nemmeno è granché dignitoso, dai);

Che è possibile giocare il te stesso che è in te anche in trasferta e non solo nella veranda delle cose che hai e che sai, che hai mandato a mente e che hai verniciato anno per anno (troppo facile un’autostima siffatta, che non preveda una tromba d’aria, che magari non arriverà mai, per un gusto tutto intimo che si moltiplica sul posto, sempre lo stesso);

Che il narcisismo, se ti piaci e ti compiaci un po’ troppo, fa di te – come dicevate il secolo scorso? – ah, sì, un uomo di destra;

Che l’amore, in fondo, è semplice.

Pare che poco prima del decimo proposito, anzi all’ottavo, si addormentò, lasciando così un decalogo meno presuntuoso di un decalogo vero e proprio (peraltro uno sconto del 20% è anche giusto farlo); ma si addormentò anche per lasciar a se stesso il gusto, all’indomani, una volta decantato il tutto, di togliere via i riferimenti a quella che si diceva essere la realtà, quando tutti sapevamo che trattavasi invece di residuo fisso, impurità, di mala areazione delle stanze del mondo, di una coltura perniciosa di batteri di etnia antropologa e sociologa derivata, invece, evidentemente, dai fumi del travisamento.

Il fatto che avesse lasciato lì, visibile, un assegno con la cifra già indicata di ‘duemila/16’ e la data del 30 dicembre, era la certezza che non avrebbe voluto più discuterne, il lavoro era chiuso e che aveva anche una certa fretta.

Come viene / 3.

05/11/2015

‘Come viene’ è il numero successivo de ‘La confezione’, libro ancora inedito e di prossima pubblicazione. Come si trattasse di un magazine che anticipa e segue, allo stesso tempo, quello che ancora non c’è. Né un prima, né un dopo, in sostanza. Che detta così…

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Le dosi.

Se hai paura genericamente come la puoi intendere, da spendere, spendila prima che via via ti venga sottratta in forma di vera preoccupazione per un problema vero – dice e ridice un antico paradosso – e al termine, vedrai, sarà l’investimento per ancora sopravvivere e restare, e unico caso nell’universo, quale investimento, non ti arriverà mai in casa, indietro, cresciuto.

Se hai tempo, al contrario, come lo vuoi intendere lo puoi intendere, versalo immediatamente prima che scivoli in corridoi lunghissimi e futuri nei quali potrai solo rincorrere senza alzare lo sguardo mai, che solo forse ti correrà da un lato l’ironia e ti racconterà di te che vai, della strana vicenda del tuo passo, del tuo respiro e del ridere che fai.

Chi nasce e cresce per le immersioni e le profondità non è raro che veda come un nuovo mondo la distesa delle acque e delle sollecitazioni occasionali che a poco a poco si è fatta intorno, e così ne fa una sintesi in esperienza e conoscenza lungo il verticale indubitabile delle ascisse e l’orizzontale delle ordinate, ordinatissime, dato il caso che se arrivi fin lì,  riesci a galla solo con il controcanto alle sirene dell’ironia, appunto.

[copyright Michele Fianco © 2015]

Come viene / 2.

19/10/2015

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Adv. Sicuramente uscirà in uno dei giorni indicati nelle immagini, La confezione. Intanto, per voi, il primo calendario 2016. Elegante, sempre a portata di mano, disponibile nelle versioni Red, Green, Blue. Stampabile in tipografia (33×70), può far da quadro in salone o in camera da letto.

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Fine Adv.

‘Come viene’ è il numero successivo de ‘La confezione’, libro ancora inedito e di prossima pubblicazione. Come si trattasse di un magazine che anticipa e segue, allo stesso tempo, quello che ancora non c’è. Né un prima, né un dopo, in sostanza. Che detta così…

No, non è patologia.

Si poteva forse con qualche modello esemplare, con qualche improvvisa immagine che da un lato divertiva, dall’altro conduceva in un sol passo dentro uno specchio che tuttavia volevi tenere tra gli angoli del tuo pudore, di te, della tua timidezza quando ancora la ritenevi un ostacolo e non l’indefinito nel tuo ritratto, della tua discrezione di persona che aveva iniziato da subito a camminare in quel modo e basta.

E filavi una linea coerente, certamente allora non ancora a te evidente, ma che in vero già agivi (lo avevi imparato dalle donne delle origini, di vita, amore eccetera, che sapere non è far conoscere al mondo attraverso le parole che riesci ad affiorare sulla superficie della tua acqua), ma anni dopo, in conclusione di un ennesimo giro di sei, ti ritovavi a indicare come inutili i piccoli dogmi per puntellare l’esistenza che, se vi vola via, non è patologia. Talvolta, quasi sempre, è solo vita e basta.

[copyright Michele Fianco © 2015]

Come viene / 1.

07/10/2015

‘Come viene’ è il numero successivo de ‘La confezione’, libro ancora inedito e di prossima pubblicazione. Come si trattasse di un magazine che anticipa e segue, allo stesso tempo, quello che ancora non c’è. Né un prima, né un dopo, in sostanza. Che detta così…

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Un ospite.

Teorema tavolo bianco, leggero, a espansione panoramica diagonale 155 per 155 sulle sue danze di legno chiaro (si dicono gambe anche quelle, riferiscono), Scalette libreria modulare, essenziale, le quattro figure asciutte verso l’alto (e chiare anche quelle) e la quinta poggiata di spalla alle altre in tono scuro, profondo, compreso, e in conclusione letto in lattice in altra, distante camera tuttavia e rete (sempre in chiaro) a larghe, larghissime doghe. Seguivano in tempi successivi sedie e schienali a trasparenza rossa, giusto per individuare al mattino i segmenti regolari del sole dalle serrande e macchina del gas biancosmaltata cinque fuochi in stile anni che furono, in stile anni Quaranta insomma.

Si esauriva così la scelta oggettistica volontaria tra un lontanissimo divanoletto in sala, poi una breve stanza sempre incompiuta, incompiuta anche di un poster alberato che voleva essere il primo, tenue segnale di distinzione del mio dal tuo, del mio dal vostro (la prima messa a fuoco di esser ospite delle cose mie era evidentemente la mia intima percorrenza), e di conseguenza ogni cosa si dica del racconto, del raccontare – elementi, spazi, luoghi da giustificare, il senso di una piccola costrizione più che un orientamento da regalare a un altro – mi suonava come un leggero abuso sempre dell’altro, dei suoi ascolti, del suo tempo, della sua atmosfera.

[copyright Michele Fianco © 2015]

Un sindaco da remoto

05/10/2015

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Mentre si aspetta il commercialista, per valutare insieme a lui lo stato delle cose – magari sei uno di quelli che ha investito nel lavoro negli ultimi anni, ostinatamente, quando tutto stava lì a dirti in mille modi che lascia perdere, non serve, non sappiamo che farcene – ti accorgi di qualche perdita, una perdita di notizie che alla fine ti allagherà casa. Ma non potendola, da solo, riparare, ti adatterai e involverai in una qualsiasi forma anfibia delle origini in questo nuovo ambiente di fili volanti, pavimento e curiosa informazione. E, surreale per surreale, immagini un box, una cosa fatta così:

Nuove frontiere del lavoro (occhiello), Un sindaco da remoto (titolo).

Il primo cittadino ha ricevuto nella sua elegante ma sobria email l’ambasciatore degli Stati Uniti. Hanno discusso non si sa bene di cosa e perché, ma alle 20 in punto hanno cenato ognuno nella propria abitazione. “Vorrei precisare, email gratuita e banda larga in offerta a 9 euro al mese”, il sindaco al telefono con un cronista (chiamata a carico del cronista, ndr).

Non sarebbe male, certo. Anche perché basterebbe un box di nemmeno 400 battute per risparmiare una risma di carta a settimana o un giovane aspirante giornalista prestato al desk – è giusto, è giusto – dalla follia.

Sembrerà strano, ma le cose – il lavoro che non serve e il sindaco da remoto – sono in relazione. Di parentela stretta. Guarda bene.


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