Brevi rivoluzioni / 3. La lingua di sempre

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Non parlare la lingua di sempre.

Parlare una lingua che si è sempre parlata è di chi se lo può permettere. E accade laddove esiste una continuità tra ieri, oggi e domani. Che poi altro non è che l’ambizione minima di ogni prospettiva umana, anche quella più avventurosa, che prevede che a un’avventura ne segua un’altra.

Il problema è la frattura, la faglia, che di un continente ne fa due. Il primo resta saldo, l’altro va alla deriva. Ecco, quello che resta in posizione ha due possibilità: parlare la lingua di sempre o comprendere le incognite di quello che si allontana (che poi è parte di lui).

Niente da fare, 99 su 100 continuerà a parlare come sempre ha parlato. In che modo?

Verso l’esterno, una missione nel mondo, unico momento di fuoriuscita, attraverso le questue elettorali, ad esempio, dove si dirà di un generico orizzonte di crisi senza alcun dettaglio, senza alcuna sintesi e dove si dirà delle manchevolezze e degli errori altrui che di riflesso dovrebbero far brillar di più chi le sottolinea. Scusate, ma da qui non vedo un-angolo-uno della realtà che vivo, che è cambiata, e dunque non si capisce a cosa ci si riferisca.

Oppure, verso l’interno, attraverso l’inaccessibilità da ogni portello, anche quello della stiva, all’aereo che potrebbe consentire, se non di collaborare a un piano di volo, quantomeno di tornare a casa. E qui, mettiamo – per risalire almeno a un possibile cortocircuito che ha bloccato gli accessi – l’abbonamento eterno alla politica da parte dei vitalizi e il silenzio del lavoro in risposta a ogni possibilità evoluta e poco detraibile. Anche in questo caso, non si capisce bene il contesto entro quale inscrivere questo momento, ma non è adesso, giusto?

Intendiamoci: noi questa lingua che abbiamo appena detto la sappiamo, appartiene alla nostra storia, ma è oramai lingua morta, buona forse per capire il tempo che fu. Ma non ci serve e non è la lingua che parliamo.

Ma capiamo – pensa un po’ – anche chi non vuole impararla quella che parliamo noi. Comprendiamo che possa avere tutto l’interesse a non farlo, vuol conservare quel che ha, del resto; che poi consiste in una scialuppa un po’ vigliacca in caso di necessità, nient’altro.

Ma chi qui ne parla un’altra, non si lasci attrarre dalla facilità di quel che si è sempre fatto e dalla lusinga del pubblico che c’è sempre stato di là. Perché qui non crediamo che la realtà che vedi e che vivi la puoi dire con la stessa lingua di sempre, non è possibile, davvero.

Ps. Qualcuno ha voluto vedere in questa pagina un attacco al PD in vista delle amministrative che si sarebbero tenute da lì a pochi giorni. Ma non si sa per quale motivo. Il discorso era evidentemente più generale e non è avanzato in direzione della cultura, del lavoro, della società solo perché in parte già espresso e perché sarebbe stato troppo lungo parlarne. Tutto qui.

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