Zibald-1, un missile non richiesto. Storia privatissima

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In un autunno che mi è sembrato quasi una primavera – a settembre il Premio Feronia per La confezione, a ottobre l’invito dell’IIC di Madrid per i Concerti da Tavolo, a novembre ospite della Sorbona di Parigi per parlare di progetti culturali, Europa e territori (che è il ‘mestiere’) – ringrazio certamente la giuria del Premio Feronia, Laura Pugno e Isabel Violante, quindi esagero e ben volentieri approfitto dello spazio che mi concede Italo Medio, the blog! per dire alcune cose intorno alla scrittura e all’arte, che potete utilizzare senza problemi anche per farne dei post. Grazie.  

01. Non credo di aver mai concepito una scrittura ‘lineare’ propriamente detta. Forse solo in un caso, ne Le oggettivamente belle. Per il resto penso si sia trattato di composizioni, di ‘piani strategici’ o di orchestrazioni. E se non leggo così questa cosa, chiaro che poi i testi in sé diventano ‘difficili’. Anche per me. Se vado al cinema, insomma, non mi aspetto un salone illuminato e qualcuno che mi offre un calice di vino.

02. La creatività se non serve a risolvere problemi non è creatività. E, bada bene, non è la parola ‘creatività’ da indagare, dobbiamo piuttosto intenderci su ‘problemi’.

03. Lo scrittore, l’artista in genere, oramai passa metà del suo tempo a raccontare al mondo che il suo è un lavoro. Sì, un lavoro fatto di fatica e difficoltà. A parte il fatto che per il lavoro in genere, così come per questo tipo particolare di lavoro, non sono ammesse difese preventive – è un controsenso -, mi spieghi come, quando e dove un’attività scelta ti fa diventare schiavo, a parte in quell’area che è il perimetro del tuo ombelico?

04. Lo scrittore di successo è lo scrittore che ti dice cose che già sai, in fondo. Allora per me ha già perso di interesse. Lo scrittore bravo invece ti porta in un posto che non avevi previsto. Il problema è la seconda opera: capito il meccanismo, capito il percorso da fare – ogni autore è una legge da ricavare, in fondo – perde anche lui un poco di interesse. Allora la soluzione è mille autori in uno solo, cioè quelli in grado di mutare continuamente approccio, ambito di applicazione, ritmo. Ecco, non essendo sicuro di riuscirci come vorrei e come sarebbe giusto, non posso che ironizzare su questo tentativo.

05. La cosa che impari lavorando – intendo un lavorare organizzato, tra più persone – è che il tuo lavoro lo devi ‘aprire’, lo devi rendere disponibile (entrano in gioco tempi, riconoscibilità e molti altri aspetti). Nella scrittura permettete che possa star da solo un’ora a riflettere su queste cose, sui paradossi effettivi e sugli effetti paradossali di tutto ciò?

06. Il concetto di ‘difficile’ in letteratura, se ci fai caso, non esiste. O esiste esattamente nella maniera in cui, incontrando uno straniero, non cerchi di capire cosa ti stia chiedendo. Quanta ‘borghesia di seconda generazione’ sei, quanto sedimento hai accumulato, quanto ne dobbiamo scrostare prima che tu possa tornare ad essere minimamente cortese?

07. Che poi ci son artisti che diventano ‘capiscuola’ (imitazione estesa), altri che fanno ‘genere’ (inimitabilità). Penso a Petrarca, ad esempio, e penso ai Beatles, ad Antonio Rezza, a Mohammad Alì.

08. Dicevo che dopo un lungo percorso di scrittura mi sembra di aver realizzato uno di quei poster enormi 6×3 che riesci a vedere bene solo se ti metti a una certa distanza, almeno a una ventina di metri. Se vai a guardare il particolare, i colori non hanno margini, non si comprende il disegno, ma a venti metri forse ne vedi anche il senso.

09. Non pensate a uno scrittore, pensate a un musicista, un jazzista che sera dopo sera va di locale in locale a suonare gli stessi brani. Meglio: quelli che sembrano gli stessi brani ma che lui esegue – improvvisando – ogni volta in modo diverso. Non fai l’analisi filologica della nota o di quel passaggio, non ti saprebbe dire nemmeno lui. E non è mancanza di consapevolezza, anzi; è visione e responsabilità del necessario universale. E brano dopo brano capisci cosa vuol dire, lui e ‘visione e responsabilità del necessario universale’.

10. Credo comunque che compito principale dell’artista sia quello, sì, di giocare, spostare, rompere le regole e crearne di nuove, ma deve farlo senza rompere le scatole più di tanto a chi lo ascolta o a chi lo legge.

[Michele Fianco]

 

 

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