Tombola della crisi / 46.

46, ISTINTO DI DOPOGUERRA.
sordimassari
A proposito di un confronto tra l’Italia del dopoguerra e oggi, “era molto più la promessa di ciò che si poteva ottenere uscendo dalla casa dei genitori che la certezza di ciò che si aveva rimanendo”. Parole di Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano [1].
Non è una novità, certo, l’analisi è nota e la sensazione anche. Ma resta una cosa grave. Erano conti che si facevano già in gioventù, in effetti, a casa, quando il cosiddetto conflitto generazionale era questione seria. Ma in quel caso – i conti – rischiavano di perdere di dignità ‘scientifica’ e forza argomentativa a causa dello strillo dei vecchi (che avevano sofferto la fame) e del nervosismo dei giovani (che sgomitavano per un loro spazio nel mondo).
In verità, se ne è parlato, molti anni dopo, anche su queste pagine, quando si diceva che era diffusa e percepibile l’assenza di un ‘istinto di dopoguerra’, e cioè quella spinta alla fuoriuscita, alla risalita, al passo successivo (evito accuratamente la parola ‘progetto’, ultimamente un po’ inflazionata), in tutto ciò che era ambiente intorno. Chiaro, le condizioni storiche son diverse, e non si cercherà qui una semplificazione tanto per; ma che quelle psicologiche, sociali, politiche possano essersi così sedute, è un fatto concreto, e che pesa. E’ cambiato orizzonte, ora molto stretto e molto basso, dove il campo visivo ha poco angolo e il cielo preme più del soffitto di una cantina. Ma, evidentemente, non tutti percepiscono la realtà in questo modo, dialettica e costantemente di fronte a un bivio che ti chiede di fare delle scelte. Non tutti ‘non hanno niente da perdere’, e dunque si può restar seduti, in difesa. Si può dire che è riuscito il gioco del rovesciamento dell’imbuto: non si accede, come sarebbe giusto, nel vaso largo delle possibilità per poi incontrare il diametro più breve della verifica e della selezione (provare un travaso per capire); piuttosto si inizia dalla forca caudina dell’accesso e si finisce con una conseguente esondazione di vino (provarne un altro di travaso per vedere quanto ne finisce in bottiglia e quanto tavolo, pavimento, vestiti ti sporca).
Ma questo potrebbe essere attinente a una sopraggiunta debolezza del pensiero – si potrebbe obiettare – attribuibile anche a un naturale riposo dopo la lunga rincorsa che parte dal dopoguerra, appunto, e attraversa anni 50 e 60, e arriva al mare, meritato. Ma noi che crediamo poco alla naturalità delle cose quando si tratta di sistemi un poco più complessi di una partita a tresette in due, abbiamo anche notato che qualcuno – con sapiente spirito imprenditoriale – si è fatto valvola nella boccuccia stretta dell’imbuto. E l’abbiamo chiamata politica, sbagliando. Ché se la valvola è qualche luogotenente di partito nascosto in aree interne non così facilmente percorribili, nonché vittima del ‘dramma delle elezioni locali perdute’ (che è cosa che incattivisce non poco), ed è fatta della stessa materia di un test preselettivo da concorso stancamente, ennesimamente riproposto, capace di sbatter via vent’anni di mestiere nel tempo infinitesimo di tre crocette, non la puoi chiamar politica. E non la puoi chiamare nemmeno cosa utile, in nessun senso, neanche a voler esser più realisti del re. Il massimo che si potrà garantire è un piccolo finanziamento a pioggia di risorse umane per lavoretti ‘di scorta’ che:
non risolveranno, ai giovanotti, più di una cena, una rata dell’auto o magari un week end a Barcellona (uno da 119 euro, mica quale);
ti convinceranno che lo stallo o il rinvio infinito della “spinta alla fuoriuscita, alla risalita, al passo successivo” (e perdonate l’autocitazione), è l’unica strada, non si può fare altrimenti e che sorella depressione è, appunto, sorella.
Ah, sì, al luogotenente di cui sopra – che avrà parcellizzato la sua ‘donazione’ tra cena, rata auto e week end – garantirà invece quel poco di fila utile alla successiva cabina elettorale, magari stavolta si vince!, e una carezza da parte del Papa di riferimento, un assessore regionale in ascesa può bastare.
Ecco, tutto questo per dire, dubitare delle file, sempre; non serve José Mujica per capire che il ricco è ricco perché si compra il tempo; e tu, di tempo da sprecare in fila, non ne hai. E se ne hai, va da sé che hai qualcosa da perdere. Sì, ma a questo punto non far da tappo – che questi tappi è dal ’92 almeno che li conosciamo, “abbiamo sbagliato, pagate” –, perché un sano istinto di dopoguerra, quello che ha una realtà “dialettica e costantemente di fronte a un bivio che ti chiede di fare delle scelte”, file non ne può più fare e i tappi – esasperato anche dai tanti anni di rinvii e di attese – c’è il rischio che li faccia saltare. Certo, occorre un allineamento virtuoso dei pianeti per ora non ancora concepibile, ma ci vuol poco – abbiamo visto – a scoprire sette pianeti cugini della Terra, il tempo di una conferenza stampa.
Ps. Sì, perché alle volte, in questo Paese del non si può fare, il tono, per essere compreso, dev’essere anche un tantino minaccioso; sempre di provincia si parla, dunque è abituata all’esibizione di forza inutile; anche quando un istinto di dopoguerra ti sta dicendo invece che il conflitto non si subisce, non si scende sul piano del conflitto; al conflitto si risponde rovesciando nuovamente l’imbuto, inventando una nuova città. Anche in piena guerra.
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