Strano pianeta

Stamane al bar due di anzianità sedute fuori, una baby che pontificava loro di condominii e millesimi, entravano quindi una quarantenne con la pensione della mamma sotto braccio per due caffè, le sigarette alla cassa avevano un accento dell’est e già qualche schizzo di vernice contro. Se stamane, poi, lo moltiplichi per ogni stamane

E non so perché mi è tornata in mente la regola del decennio, quella che recita 92-2002-2011, già tante volte detta qui sopra.

E cioè, dalla palude di vent’anni fa ne uscimmo con un coperchio in testa posto ad avvertimento e memoria dai nostrinostri che eran arrivati sì, ma per ribadirsi come vecchi padri che non volevano esser esautorati. E come ogni cosa nella vita, se lasci passare per pazienza, per buon carattere, per intelligenza, non credere che ti venga riconosciuta poi (la pazienza, il buon carattere, l’intelligenza). Del resto, te lo potevi aspettare da chi ti pone un coperchio in testa e figurati se non potevi rendertene conto da un colpo d’occhio lanciato lì, sui nuovi ormoni ad alta motilità che guadagnavano spazio da uno scadimento fisico/temporale dei nostri (che avevano addirittura preso a viziarli) e da te, con un coperchio fisso da vent’anni sulla testa. Si dice approfittare del vantaggio senza troppi perché.

Ma questa è meccanica, poco ci puoi fare. E allora basta pure con le analisi, quel che contano son le latitudini, le longitudini e gli assi nel mondo, insomma le linee. E infatti il problema fu quando si cominciò a giocar di dignità cellulare, individuale, dunque si cominciò a concepire possibilità attraverso le linee. Così, in breve, si provarono a mettere in fila:

la disoccupazione è per chi non può, non per chi ha anni di esperienza nel portafoglio e vuol spenderli (e cioè quel minimo di lenta corda civile, di concessione che può un uomo nei confronti di altri uomini, e di libertà che reclama anche una finestra per sé, certo);

io non rompo le scatole al mondo, il mondo non rompe le scatole a me (conseguenza ultima della prima).

Peccato che la composizione dell’aria prevedesse intanto una discreta umidità fiscale al primo gesto – giusto, ma che io possa almeno, gesto dopo gesto, completare un’azione (q.tà-1-azione);

e peccato che la coltura intorno fosse zanzarifera per tradizione orale, per rosario vespertino: un enorme mea culpa ripetuto non si sa quante volte sulla retta libertà di intrapresa/sottrazione ai doveri economici, fino a che l’ombra giudicante spense gli sguardi nel sasso e agitò l’indice a rimprovero, tanto da costringere l’atmosfera a prenderne forma e stagioni.

Insomma, per epocali slabbramenti passati – così si disse – non si volle intender la correzione dell’impianto, ma la si piegò a un ambiente non suo, a un’era non sua, tuttavia buona una volta per sempre. Conseguenza fu che ogni movimento fosse sempre condizionato dall’idea di un piede nella buca e dalle attese che tagliavano in due la società tra l’ombra giudicante e il fuori giri della dignità, morta, a questo punto, per rallentamento eccessivo.

Ora, in una novità o in un campo incendiato, buona idea sarebbe quella di non piegare il frigno notturno e la fame in orari codificati decenni dopo, né quella di imporre pioppi in fila indiana da aspettare quindici anni ed eradicare, invece, un fiore improvviso solo perché improvviso. L’illuminazione fu, in ordine: depresso è quel che si appoggia e resta nel suo letto, potere è portar tutto in un’area conosciuta. Dunque, la depressione era potere, e  si potè finalmente riconoscere il filo di appartenenza di un popolo alla sua più vasta civiltà europea. Anzi, ne era stato prima l’ispiratore, poi ci era caduto dentro per mancanza di spinta e di luce, e infine si era dimenticato addirittura il traino, il ruolo. Lì si giocava la partita, su un governo delle cose non tanto fanatico ma curiosamente penitenziale.

E proprio come un giorno che piove triste, quando tu con le mani occupate – e occupate anche le falangi – inscatoli e trasporti e inventi un sistema per il tuo bagaglio da portare in giro, così non mancarono nel silenzio imposto due tiri orgogliosi allo sport del rilancio, nonostante il campo fosse ormai lontano da qui. Del resto è disciplina indispensabile per un soggetto autonomo, anche fosse non piaciuta.

Non solamente: le due linee individuate al loro nodo, nel loro incrocio essenziale, non erano altro che l’interruttore acceso di un organizzar tiny per natural talento, economico come conseguenza e virtuoso perché suscettibile di invenzioni e aria buona per tutti nell’ecosistema cliente/pro/collaboratori. Il come avrebbe vinto sempre sul male, ne resta qualche esempio.

Ma se un’atmosfera limpida intercetta e sfiamma il detrito impazzito dallo spazio, inversamente un’atmosfera chiara, bussando per cortesia, non avrebbe ricevuto un avanti neanche a morire dal buio depresso di un mondo. Non avrebbe capito e non gli avrebbe fatto comodo capire, entrambe le cose. Esser colpevoli, del resto, è anche non mettersi nella condizione di capire.

Eppure sarebbe stato semplice, e logico: un creativo – diciamo così, per semplicità –, un creativo con buona vena improvvisativa poteva esser prestato all’utilità del problem solving. In poche parole di uso comune: esperienza e discreta cultura, rapidità e (forse) originalità per un architettura che ne suggeriva subito un’altra, virtuosa. Il tutto morbidamente appoggiato in un piccolo lago di empatia e semplicità organizzativa, un lavoro finalmente aperto ove ognuno poteva innestarsi immediatamente dove un altro aveva lasciato. Cos’è il lavoro se non un gioco di cantiere fatto di rami e di fogliame a successiva cascata; cos’è se non un arrangiamento che considera il timing e il timbro per poterti lasciar dire il meglio di te? Ripeto: ne resta più di qualche esempio, qui appena un frammento:

Quando ho avuto responsabilità di gestione e di coordinamento di molti dei lavori che ho realizzato, l’idea essenziale è stata sempre quella di esser estremamente chiaro, dall’inizio, con tutti. Con chi collaborava, con i clienti. Sui soldi, sui pagamenti, sulle mansioni, sulla responsabilità degli errori (che ci si deve assumere talvolta anche se la palla è contesa, per uscirne fuori subito, senza perder tempo). E non parlo di Fiat, multinazionali o SpA dal capitale interminato, parlo di ‘uno’ chiamato a fare una ‘cosa’. Vedere ora aziende, enti, nascondersi dietro le giuste ferie di un addetto, dietro cosiddetti vizi formali della domanda ecc.

Niente, ogni considerazione aveva ricominciato a pendere in basso, a destra, era l’arte, il riflesso imposto dal potere depresso, e tu spolveratoti un attimo dall’assurdo, mettevi in fila che esser colpevoli è:

non mettersi nella condizione di capire, come detto;

non far nulla, anzi ribadire con la forza di un lamento – quasi fosse un merito – una propria bassa soglia del dolore.

E avevi ragione, avevi 50 anni e potevi anche un poco arbitrarti da solo, l’asilo d’infanzia e i congiuntivi da correggere ti avevano abbastanza rotto il cazzo, peccato solamente che la partita la stavi perdendo avendo fatto tutto – tutto… molto – giusto. In altri pianeti dove pure abitammo – quello di noi 19enni, quello della finestra 50-80, quello XYZ, immaginato e logico – sarebbe stato probabilmente diverso.

Intanto il supermercato stamane, alla fine di una lunga notte a saracinesche chiuse, aveva aperto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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