Lezioni di curiosità / 1.

Intanto il titolo: lezioni di curiosità da intendersi nella prospettiva della curiosità che impartisce lezioni, e cioè le infinite possibilità di approccio alle umane esperienze. Si presuppone come sempre l’ascolto, l’osservazione – chiaro-, quel minimo di civiltà essenziale, insomma. Quindi – almeno in questo primo ciclo di interventi – trattasi anche di un non troppo velato omaggio alla Camera chiara di Roland Barthes e alle Lezioni americane di Italo Calvino. E infine si spera di rendere fertile un terreno che solo la storia maggiore – la cronaca, ai tempi nostri – può non considerare. Che l”enzima del pioniere’, dunque, possa riattivarsi. 

IL COLORE ABBATTE IL TEMPO

Forse non lo sai, ma il colore abbatte il corso regolare del tempo e svuota il cassetto ordinato di quel che ritenevi fosse storia ormai riposta. Una scoperta che ho fatto osservando le foto di operaie e di scene di vita varia di fine anni 30 e anni 40, nel periodo che va dalla Grande Depressione alla guerra, e che la Biblioteca del Congresso americano ha pubblicato in rete – a disposizione di tutti, quindi – dal 2010, anno più, anno meno, non ricordo esattamente.

Improvvisamente la distanza da qui a settanta, ottanta anni fa si era annullata, tu eri prossimo a quei volti, a quei momenti, e se fino a ieri consideravi il presente a partire dagli anni 60, seconda metà degli anni 60, almeno qui in Italia, guadagnavi così trent’anni buoni, trent’anni buoni di appartenenza alla tua storia umana.

Chiaro che a questo punto ci si è messa la curiosità a volerne sapere ancor di più, e allora appena qualche anno prima ecco il metodo Kodachrome – foto del 1936, mi sembra di ricordare – che rivela la Germania nazista non più come documentario o libro di storia giudicato e chiuso, ma si impone in tutto il suo impianto retorico.

E dunque percepisci la sensazione che si poteva avere di fronte all’invasione del rosso di stendardi e bandiere: ne eri immerso. Ed è difficile trovare spazio per sgomitare, lì. Lo rifiuti perché non ti appartiene, non è solido, evoluto, né interessante nel senso che intendi tu di libertà, di modo di concepire e fare le cose. Ma se solo trovi uno che osserva, sta a sentire e accetta quella delimitazione di campo… E furono più di uno – malamente -, e l’intenzione del colore, di quel colore, di quel rosso, fu proprio quella, evidentemente. Molti, moltissimi più di uno.

Ma la scoperta incredibile la devi datare facendo un altro salto all’indietro, al 1913. Qui si arriva fino al limite dell’universo conosciuto, secondo me. Oltre un secolo. Ripeto: oltre un secolo. Il quadro è questo: due famiglie inglesi trascorrono una giornata al mare  – scogliere di Dover? Chissà… – e una ragazza di sedici anni, Christina Bevan, figlia di uno dei due signori, dei due papà, diviene modella per un giorno dell’altro signore, un ingegnere con la passione per la fotografia, Mervyn O’Gorman. Questi usa una tecnica messa a punto appena qualche anno prima, nel 1906 o 1907, l’autocromia, che consente di fare fotografie a colori. Tale tecnica non è in voga, forse per i lunghi tempi di sviluppo, la difficoltà del procedimento o per i costi, non so, ma non importa. C’è un aspetto singolare, tuttavia, da riferire: sembra che la fecola di patata abbia il meraviglioso dono di contribuire a una colorazione affatto realistica delle foto. Già, proprio così.

01.Autocromia_1913

Però concentriamoci sul risultato: una ragazza del 1897 – l’età di quelli che partivano per la prima guerra mondiale, per intenderci, magari qualcuno era suo compagno di scuola -, una ragazza dal volto delicato e senza tempo con quella che sembra – tradotta in abbigliamento moderno – una felpa rossa, e colta di profilo, fuori posa, secondo la grammatica del ritratto dell’Ottocento e di inizio Ventesimo secolo. Improvvisamente un terremoto: potrebbe essere un’ipotetica pubblicità Cacharel anni 90 con Kate Moss, e il merito più grande è senza dubbio del colore (il fuori posa, l’abbigliamento e il volto senza tempo contribuiscono all’ingresso chissà quanto casuale in quella che definiremmo modernità).

Ve ne sono altre di foto di quella giornata, ma per qualche motivo, non hanno la potenza orchestrale e ‘di vertigine’ – vuoi per un vestiario già più databile, vuoi per un’acconciatura riconoscibile come primonovecentesca – che possiede questo profilo della giovane Christina.

Sì, Christina, vien da chiamarla per nome per immediata vicinanza fisica, perché immagini lo sguardo successivo e la domanda ‘è venuta bene?’, perché nonostante i 105 anni trascorsi è qui più giovane di te e ne intuisci perfino i pensieri di adolescente pronta a crescere e, da lì a poco tempo, a non esssere più lì, in quel pomeriggio trascorso in famiglia. Probabilmente, avesse avuto due o tre anni di più, non avremmo avuto la possibilità di essere nel 1913, di vivere un giorno, un pomeriggio di un secolo fa della nostra stessa storia.

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