Lezioni di curiosità / 2.

IL PRIMO PIANO SON DUE STRADE POSSIBILI

Se la volta scorsa abbiamo osservato quale possa essere la funzione del colore, come essa abbatta o quanto meno riconsideri l’idea di tempo lontano e recente, ora pur incontrando il ritratto fotografico così come lo conosciamo – e cioè il primo piano ottocentesco, in bianco e nero, perché di questo si tratta, in effetti, di due foto del 1840 e del 1839 – consideriamo una vertigine di altra natura, anzi due.

E iniziamo da Hannah Stilley, un’anziana signora inglese oramai con l’espressione tipica di chi porta con sé, e offre all’osservatore, una vita lunghissima che quasi non la rende più così geograficamente inglese. Quando l’età dell’uomo prescinde dalla cultura. Infatti, Hannah Stilley, quando viene ritratta, ha 94 anni, e la foto è del 1840.

02.HannahStilley_1746_Photo1840.jpg

E qui è subito precipizio, sì. Ti sembra di essere di spalle a un burrone del quale ignori l’altezza e cominci a percepire che il terreno sotto i tuoi piedi stia cedendo. La signora della foto è nata nel 1746, ed è l’essere umano più antico ad essere stato mai ritratto. Qui non si tratta più, come nelle considerazioni fatte intorno alle foto a colori del ’13, del ’36 e degli anni Quaranta, di sensazioni, suggestioni o altro. Hannah era una donna di 30 anni, magari già diversi figli, quando gli Stati Uniti diventavano una nazione indipendente, aveva 43 anni quando in Francia si dava inizio all’età contemporanea con la rivoluzione del 1789. Probabile che nomi come George Washington e Robespierre, per noi a riposare dentro i libri di storia, per lei fossero cronaca quotidiana, privi di qualsiasi mitologia che il tempo aggiunge. Erano semplicemente fatti e personaggi letti sui giornali del tempo. E tu ora hai di fronte una persona che poteva parlare di Washington e Robespierre come tu parli di Trump o avrebbe potuto leggere i primissimi testi di un giovane poeta italiano, Giacomo Leopardi, in quanto poteva esserne la nonna, avendo lei 52 anni quand’egli nacque in Recanati. Insomma, puoi ‘vedere’ la tua storia fino a 272 anni fa, quasi tre secoli. E questo, più facilmente e più a fuoco di quanto tu non possa fare attraverso una pur meticolosa ricerca d’archivio.

Di un anno prima, del 1839, invece, il ritratto di un giovane fotografo americano, Robert Cornelius, trentenne. E quale sarebbe l’eccezionalità, dirai? Ve ne sono due, ti dirò… La prima è che si tratta del primo selfie della storia. Qui la vertigine è culturale, vien giù la commissione delle nobili famiglie al pittore, al ritrattista in genere, e si arriva in piena produzione indipendente. Certo, con scopi probabilmente più di ricerca, di prova, di tentativo, di ‘come funziona quest’arnese qua, cosa può fare’, rispetto al narcisismo tipico e moltiplicato all’infinito che oggi prende la via del social network.

0201.RobertCornelius_Selfie1839 

Ma qui lo sgambetto del tempo è nel momento in cui osservi una foto come questa, oramai nostra, di un nostro amico, pensata appunto per Facebook, che ti immagini anche un commento a latere, e la confronti con un altro primo piano, sempre di Robert Cornelius di circa trenta, quarant’anni dopo: improvvisamente è di nuovo pieno Ottocento. Esiste allora una progressione del tempo e del progresso che immagineremmo lineare? Un vuoto d’aria, un’aritmia, che suggerisce una contemporaneità piena e compiuta, smentita da quel che accade dopo, che normalizza e ricolloca tutto entro i parametri del gusto e dell’idea del tempo. La storia inverte se stessa, ed è percorribile in senso contrario almeno per un’eccezione?

0202.RobertCornelius_Old

Certamente sì, ma osservarla negli occhi, in primissimo piano tale eccezione, ha un effetto notevole.

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